Morolòja: il lamento funebre in griko e le prefiche
I morolòja sono i lamenti funebri della Grecìa Salentina: il rito, le prefiche, la struttura del canto, le testimonianze storiche, la fine della pratica e le registrazioni.

Immagine di anteprima per la condivisione: ritaglio della pagina delle Nenie, IX, da Giuseppe Morosi, Studi sui dialetti greci della Terra d'Otranto, Lecce 1870, pubblico dominio, scansione Internet Archive, ridotto e centrato su sfondo bianco
I morolòja sono i canti funebri della Grecìa Salentina [1]. Si intonavano accanto al morto, davanti ai parenti, e a cantarli erano donne chiamate apposta: le prefiche. Qui vediamo il rito, la forma del lamento, le testimonianze storiche e la fine della pratica.
Che cosa sono i morolòja
Giuseppe Morosi, nel 1870, li chiama "canti funebri o nenie" e nota una divisione di ruoli: "I canti d'amore è l'uomo che li fa, ma l'improvvisar nenie è arte tutta della donna" [3].
Sempre secondo Morosi, questi canti sono più lunghi degli altri, e "qui appunto sta l'arte della prefica: dir molto e molto commuovere". Quasi sempre sono dialoghi tra i vivi e i morti e, tranne che a Calimera, hanno un metro diverso da quello degli altri canti [3].
Il mestiere si tramandava in famiglia: secondo Morosi la prefica attingeva a un fondo poetico ricevuto dalla madre, anch'essa prefica [3]. Daniela Romano, citata da Filieri, racconta che la ragazza seguiva la madre nelle case in lutto e imparava [1].
Il rito della veglia
Filieri ricostruisce il rito dalla bibliografia e dalle testimonianze di anziani dei paesi ellenofoni. Se l'anima faticava a uscire, si metteva un giogo sotto il letto [1]. Poi veniva il vìsito: l'ultimo saluto al morto e una parola di conforto ai parenti [1].
In casa si coprivano gli specchi con veli o panni neri, ai lati della bara si accendevano quattro ceri (ta tèssara cerìa) e porte e finestre restavano aperte [1]. Le donne, vestite di nero, si disponevano intorno alla bara secondo la parentela, le più vicine accanto alla testa del morto. Gli uomini si radunavano in silenzio nella stanza accanto [1].
Le prefiche all'opera
La prefica, a volte due o tre ma con una sola a guidare il canto, si metteva dietro la testa del defunto. Di solito intonava una sequenza di distici, e le donne presenti ripetevano il secondo verso, come un coro [1].
Morosi racconta l'ingresso delle prefiche "all'ora convenuta", con i capelli sciolti. Agitavano un fazzoletto tenuto per i due capi, si battevano il petto e le ginocchia e invitavano a piangere la "padrona del pianto", cioè la parente più stretta del morto. Al pianto di lei rispondevano poi tutti, in ordine di parentela e di amicizia, e con voce lamentosa si improvvisavano le lodi del morto [3]. "Tre giorni di seguito dura il pianto e ripetesi nella domenica successiva" [3].
Mauro Cassoni, citato da Filieri, descrive la prefica che agita un fazzoletto bianco (makkalùri aspro) e osserva che le nenie non erano sempre in griko: spesso vi si intercalava l'italiano [1].
Era un lavoro pagato: Giacomo Arditi scrive che a Martano le donne cantavano le nenie "per mercede" [1].
Il nome: rèputa
In alcune fonti la prefica si chiama rèputa (o reputa) [1][2]. Morosi ipotizza, con un "forse", che il nome venga dal latino reputare, nel senso di "riandare in mente" [3]. Anna Stomeo spiega reputa come colei che narra la vita del defunto [2].
Come è fatto un lamento
Filieri osserva che la bibliografia non descriveva la struttura dei morolòja: solo Morosi segnalava il preambolo. Filieri ne individua cinque: preambolo, introduzione all'argomento, canto vero e proprio, conclusione, considerazione finale [1].
Il preambolo attira l'attenzione e invita tutti al pianto. Il canto vero e proprio può essere di tre tipi [1]:
- lirico, quando la prefica parla in prima persona;
- dialogico, quando c'è un dialogo, per esempio tra madre e figlia morta o con Tànato, la Morte;
- mimetico, quando la prefica parla come se fosse il morto.
Un esempio di preambolo è nella raccolta di Morosi del 1870 (Nenie, n. IX): chiede chi piange accanto al morto e risponde che piange chi ha perduto i suoi cari [3].
Anna Stomeo cita questo verso: T'è prikòs o thanatos, pleo prikì fsekorìa, "È amara la morte, ma ancora più amara è la separazione" [2].
Molti testi raccolti dall'Ottocento in poi sono frammenti, a volte una o due quartine: ciò che la cantatrice ricordava quando qualcuno li trascriveva [1].
Come interpretazione, non come fatto accertato, Anna Stomeo vede nella prefica una "custode della soglia" tra vita e morte [2].
Le testimonianze storiche
Filieri raccoglie una lunga serie di tracce [1]:
- Un componimento in greco del XIII secolo, attribuito al poeta Giorgio di Gallipoli, nasce dalla morte prematura del figlio del "domestico" di Gallipoli e contiene due lamenti, uno del padre e uno della madre.
- Nell'Ottocento Giacomo Arditi segnala le prefiche in cinque paesi: Castrignano dei Greci, Corigliano d'Otranto, Martano, Soleto e Sternatia.
- Nel 1866 Vittorio Imbriani e Antonio Casetti pubblicano un canto funebre raccolto a Corigliano d'Otranto, ripreso nello stesso anno da Domenico Comparetti.
Per orientarti c'è la guida ai paesi della Grecìa Salentina.
Quando finì la pratica: fonti che non coincidono
Le fonti non coincidono. Già nel 1870 Morosi scriveva che l'uso delle prefiche era ancora vivo, ma ormai solo a Martano, a Sternatia e a Zollino [3].
Vincenzo Santoro, riassumendo il lavoro di Maurizio Agamennone, scrive che nel 1954 la lamentazione funebre in griko era "ancora episodicamente in uso", ma destinata a scomparire presto [4]. Anna Stomeo colloca la conclusione del fenomeno delle prefiche nel Salento verso la metà degli anni Sessanta del Novecento. Ricorda anche che l'ultima prefica di Martano fu Assunta De Matteis (1906-1988), che faceva pure la fornaia [2].
Filieri cita invece Giannino Aprile, in scritti del 1968-1969 e del 1972. Secondo lui a Calimera restava solo il ricordo, ma a Martano e a Castrignano l'usanza era ancora viva [1]. Lo stesso Aprile, insomma, distingueva da paese a paese.
Registrazioni, film, studi
Dal 12 al 17 agosto 1954 Alan Lomax e Diego Carpitella registrarono nel Salento, soprattutto a Martano, Calimera, Galatone e Gallipoli. A Martano e Calimera documentarono anche un corpus di lamenti funebri in griko, e Carpitella dialogò con le cantatrici e prefiche [4]. Il corpus integrale è nel libro di Maurizio Agamennone Musica e tradizione orale nel Salento (edizioni Squilibri) [4].
L'album Puglia: The Salento (Rounder, registrazioni di Lomax del 1954, note di Luisa Del Giudice e Sandra Tarantino) comprende lamenti funebri in dialetto salentino e in griko [5].
Stendalì. Suonano ancora è un cortometraggio del 1960 di Cecilia Mangini, girato a Martano e dedicato ai canti funebri della Grecìa salentina. Il titolo in griko significa "suonano ancora" [6]. Filieri traduce letteralmente ste ndalì con "sta suonando (la campana)" e attribuisce al film la collaborazione di Pier Paolo Pasolini [1]. Secondo Wikipedia, nel film il testo delle lamentazioni, cantato in dialetto salentino, è interpretato dall'attrice Lilla Brignone [6]. Il film fu influenzato da Morte e pianto rituale nel mondo antico di Ernesto De Martino [6], uscito nel 1958 [1][4].
Se vuoi capire la lingua di questi canti, parti da Che cos'è il griko.
Dove leggere gratis Morosi e gli studi citati qui è spiegato in Biblioteca aperta del griko: dove leggere gratis le fonti.
Fonti
- Giorgio Vincenzo Filieri, "Morolòja. Lamenti, riti e tradizioni funebri a Sternatia e nei Dekatrìa Chorìa", L'Idomeneo, n. 36, 2023, pp. 291-316, https://doi.org/10.1285/i20380313v36p291, licenza CC BY-NC-ND 3.0 IT (consultato il 12 ottobre 2026).
- Anna Stomeo, "T'è prikòs o thanatos: le prefiche nel Salento griko tra 'normatività della lingua' e 'ordine simbolico della madre'", L'Idomeneo, n. 36, 2023, pp. 317-326, https://doi.org/10.1285/i20380313v36p317, licenza CC BY-NC-ND 3.0 IT (consultato il 12 ottobre 2026).
- Giuseppe Morosi, "Studi sui dialetti greci della Terra d'Otranto", Lecce, Tipografia editrice Salentina, 1870, https://archive.org/details/bub_gb_AvOksd59BCYC, pubblico dominio (consultato il 12 ottobre 2026).
- Vincenzo Santoro, "Musica e tradizione orale nel Salento. Le registrazioni di Alan Lomax e Diego Carpitella (agosto 1954)", 14 febbraio 2018, https://www.vincenzosantoro.it/2018/02/14/musica-e-tradizione-orale-nel-salento-le-registrazioni-di-alan-lomax-e-diego-carpitella-agosto-1954/ (consultato il 12 ottobre 2026).
- Association for Cultural Equity, "Puglia: The Salento" (Rounder Records, serie Italian Treasury), https://www.culturalequity.org/album/puglia-salento (consultato il 12 ottobre 2026).
- Wikipedia in italiano, voce "Stendalì. Suonano ancora", https://it.wikipedia.org/wiki/Stendal%C3%AC_-_Suonano_ancora (consultato il 12 ottobre 2026).
Nota sui diritti
I testi di Filieri e Stomeo (L'Idomeneo, CC BY-NC-ND 3.0 IT) sono usati solo per i fatti, riformulati, con brevissime citazioni attribuite e senza rielaborazioni lunghe. Il libro di Morosi (1870) è di pubblico dominio: ne riportiamo alcune brevi frasi. Santoro e l'Association for Cultural Equity hanno diritti riservati: ne ricaviamo solo i fatti, e le registrazioni non sono riprodotte. La voce di Wikipedia (CC BY-SA 4.0) è usata solo per i fatti, con testo riscritto. L'immagine è un ritaglio di una pagina del libro di Morosi (Nenie, IX), dalla scansione di pubblico dominio su Internet Archive, senza il marchio di digitalizzazione.